Il patto di non concorrenza non è nullo se non prevede l’attribuzione di un’indennità alla cessazione del rapporto.

L’art. 1751 bis del codice civile detta la disciplina del patto di non concorrenza prevedendo una serie di limitazioni relative alla zona, alla clientela, ai beni o servizi in relazione ai quali viene stipulato, e alla durata. La ratio è quella di evitare una eccessiva compressione della libertà individuale nello svolgimento di un’attività finalizzata al soddisfacimento di esigenze primarie di vita nel periodo successivo all’interruzione del rapporto di collaborazione.

Relativamente alla remunerazione del patto la norma prevede la corresponsione di un’indennità di natura non provvigionale contestualmente all’interruzione del rapporto, la cui determinazioneè affidata alla contrattazione tra le parti,tenuto conto degli accordi economici nazionali di categoria o, in difetto, al giudice, che la individua in via equitativa.

La naturale onerosità del patto di non concorrenza non è una previsione inderogabile, con la conseguenza che l’agente e il preponente sono liberi di convenire che all’obbligo assunto dal primo non sia correlato un corrispettivo, atteso che la non specifica valorizzazione economica dell’impegno potrebbe giustificarsi come conveniente nel contesto dell’intero rapporto di agenzia. In questo senso si è pronunciata la Corte d’Appello di Venezia ritenendo valido il patto di non concorrenza che prevedeva il riconoscimento di una maggiorazione sulle provvigioni da corrispondere in costanza di rapporto sugli affari intermediati in luogo di un’indennità al momento dell’interruzione del rapporto (sentenza 26/2022).